Tra competenze e nuove professioni d'aiuto

Negli ultimi anni stiamo sempre più assistendo all’emersione di nuove figure professionali che vanno ad aggiungersi a quelle già presenti nel panorama italiano anche per quanto riguarda le professioni di aiuto.

Il counselor, il coach che operano nell’area sociale al fianco di altre più conosciute quali lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psichiatra che interessano l’area clinica e medica.

La grande differenza che le contraddistingue è che solo quelle che interessano l’area clinica possono fare diagnosi ai propri pazienti mentre quelle che operano nell’area sociale possono offrire ai propri clienti un aiuto diverso che si basa più sulla motivazione, sulla crescita personale, sullo sviluppo di competenze come si propone di fare un buon coach.


COSA SONO LE COMPETENZE E A COSA E’ IMPORTANTE PRESTARE ATTENZIONE?

Le conoscenze sono un risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendimento. Le conoscenze sono un insieme di fatti, principi, teorie e pratiche relative ad un settore di lavoro o di studio. Le conoscenze sono descritte come teoriche e/o pratiche.

Le competenze riguardano la comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. Le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia.

Il significato dell’aggettivo competente, riferito a colui che ha autorità in un certo ambito, sta ad indicare la qualità di un individuo che è responsabile, autorizzato, qualificato e quindi abilitato.

Per molte persone una discriminante che agevola il processo di scelta di chi si prenderà cura di loro è il constatare che questo individuo è abilitato attraverso il tipo di laurea e/o professione che ha conseguito/che sta svolgendo quindi il titolo funge da garante anche quando in realtà delle volte non vi sono prove constatabili le effettive competenze (che non sono solo materiali) che questo soggetto ha acquisito.

Con questo non voglio banalizzare nessun tipo di laurea ma mettere in guardia chi ne fa una questione discriminante e chi ne fa un’alibi per sminuire le capacità e le risorse oltre che materiali anche immateriali che l’altro possiede.

Cito Rosario Drago e la sua definizione inerente alla percezione delle competenze:

“La competenza è essenzialmente ciò che una persona dimostra di saper fare (anche intellettualmente) in modo efficace, in relazione ad un determinato obiettivo, compito o attività in un determinato ambito disciplinare o professionale. Il risultato dimostrabile ed osservabile di questo comportamento competente è la prestazione o la performance”.

Le definizioni di competenza offerte dalle Raccomandazioni del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18.12.2006 e del 23.04.2008. La Raccomandazione del 18 dicembre 2006 individua le “competenze chiave per la cittadinanza e l’apprendimento permanente” che i cittadini dovrebbero acquisire al termine del periodo obbligatorio di istruzione e che serviranno come base per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. 

È l’apprendere ad apprendere, cioè è il diventare capaci di risolvere problemi in generale.

La Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008, presenta il Quadro Europeo delle Qualifiche e dei Titoli (European Qualification Framework – EQF), un sistema unitario di certificazione delle competenze dei cittadini, siano esse state acquisite in ambito formale, non formale o informale.

Le «abilità»: indicano le capacità di applicare conoscenze per portare a termine compiti e risolvere problemi. Le abilità sono descritte come cognitive (comprendenti l’uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) o pratiche (comprendenti l’abilità manuale e l’uso di metodi, materiali, strumenti);

Importante inoltre è l’intelligenza emotiva cioè quella capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri e di saper gestire le emozioni in modo efficace e non s’impara in nessuna scuola, è una dote che possiamo coltivare ma se ne nasciamo sprovvisti difficilmente la svilupperemo.


COME FACCIO A SAPERE SE MI TROVO DAVANTI AD UNA TRUFFA?

La frode o truffa è un comportamento consistente in artifici o raggiri per indurre altre persone in errore al fine di conseguire illeciti profitti.

Sostanzialmente si tratterebbe di false rappresentazioni che la persona mette a conoscenza di altri per ottenere guadagno.

Dichiarare di possedere titoli che in realtà non si possiedono è una truffa (proprio per questo sono stati istituiti gli albi dove occorre registrarsi per svolgere le professioni interessate dalla normativa: per aiutare le persone ad avere le informazioni adeguate rispetto al professionista a cui si rivolgono).

L’ attività ingannatoria è tale quando la parte offesa viene tratta in errore attraverso artifici e raggiri per indurla ad effettuare atti di disposizione patrimoniale che la danneggiano e favoriscono il truffatore o altri soggetti, procurando per questi ultimi un profitto corrispondente al danno inferto alla vittima.

ESEMPI:

  • raccogliere dati sensibili senza il consenso dell’interessato (violazione della privacy) per vendere i dati ricavati a terzi,
  • farsi dare soldi in cambio di beni o servizi inesistenti,
  • fare firmare un falso contratto con la scusa di raccogliere delle firme per una petizione,
  •  introdursi in casa altrui e portare via beni di valore ecc.
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Il truffatore può sollecitare con l’inganno via telefono, e-mail o finte televendite inducendo a:

  • acquisti di beni inesistenti o di valore inferiore a quello dichiarato,
  • richiedendo numeri di carte di credito o debito con vari stratagemmi, ad esempio una donazione per false associazioni benefiche,
  • indurre dolosamente la vittima a attivare contratti per servizi non richiesti.
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Chiedere un compenso non è una truffa, lo è semmai operare in nero senza pagare le tasse.

Può risultare utile attuare il principio di trasparenza stipulando un accordo scritto tra le parti dove vengono specificati il tipo di servizio che verrà prestato dal professionista, i modi e i tempi in cui verranno erogati i servizi e i doveri di entrambe le parti.


QUINDI FARE IL COACH E’ UN LAVORO?

Il rapporto di lavoro è caratterizzato dallo scambio tra prestazione lavorativa e retribuzione, che costituisce uno dei fattori essenziali del contratto di lavoro subordinato ed anche del contratto di lavoro autonomo. In tutti i rapporti di lavoro e di collaborazione si presume, quindi, che l’attività venga prestata dal dipendente o dal collaboratore dietro pagamento di una retribuzione o di un compenso.

Il diritto alla retribuzione nel rapporto di lavoro subordinato è sancito dalla stessa Costituzione Italiana che riconosce al lavoratore il diritto a percepire una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Può accadere che un professionista abbia deciso di non volere alcun corrispettivo per le ore di lavoro prestate a favore dell’associazione perché ne condivide lo scopo e la mission e vuole, con le sue competenze, dare un contributo.

In questo caso il rapporto di lavoro non trova nel pagamento dello stipendio o del corrispettivo la sua ragione ma la trova su un terreno diverso, quello solidaristico, della condivisione dei valori dell’associazione alla quale si presta lavoro gratis.


QUALI SONO ALLORA LE COMPETENZE DEL COACH?

Le competenze chiave del Coach sono quindi:

Stabilire e mantenere una relazione di fiducia: assicurare uno spazio sicuro e una relazione di supporto per aiutare la persona a crescere, scoprire, trasformarsi.

Percepire, affermare ed espandere il potenziale del cliente: il coach riconosce e aiuta il cliente nell’essere consapevole e nell’apprezzare i propri punti di forza e il suo potenziale.

Ascoltare con empatia e partecipazione: dare piena attenzione a parole, sfumature, segnali non verbali nella comunicazione del cliente, e riuscire a essere più profondamente consapevoli riguardo a esso, ascoltando “oltre” ciò che egli riesce concretamente a verbalizzare.

Lavorare nel presente: il coach è attento al cliente, elaborando l’informazione a livello mentale, corporeo, emotivo e/o spirituale nel modo più appropriato. Il coach, nei modi e nei momenti più opportuni, espande la consapevolezza del cliente sui suoi modi per esperire pensieri e problemi a questi differenti livelli.

Esprimere: è il modo in cui il coach comunica impegno, direzione, intenzione e idee.

Chiarire: ridurre/eliminare confusione o incertezze; aumentare la comprensione e la sicurezza del cliente.

Aiutare il cliente a elaborare e mantenere obiettivi ben definiti: il coach mantiene il cliente focalizzato e impegnato verso gli obiettivi desiderati.

Agevolare le possibilità: creazione di un contesto che consente l’emergere di idee, opzioni e opportunità.

Aiutare il cliente a creare e usare sistemi e strutture di supporto: aiutare il cliente a identificare e precisare relazioni, strumenti, sistemi e strutture di cui egli necessita per perfezionare e sostenere il suo progresso.


QUINDI ….

Il coach, cosi come il counselor, in Italia rientra tra le professioni non regolamentate: lo Stato non indica cioè i requisiti minimi necessari per fare il coach. Non esiste quindi alcuna normativa di riferimento, nessun percorso formativo obbligatorio, né tanto meno l’obbligo per il professionista di iscrizione ad un albo professionale o ad un’associazione.

Personalmente ritengo che sia un dovere ed una responsabilità personale di ogni professionista formarsi ed acquisire maggiori conoscenze e competenze durante tutto l’arco della vita quando si decide di intraprendere una professione che riguarda l’aiuto dell’altro.

Un dovere prima di tutto  verso noi stessi.


Per saperne di più sulle differenze tra coach e counselor https://www.incoaching.it/coaching-e-counseling-a-confronto/

Differenze tra psicologo, psichiatra e psicoterapeuta  https://www.ipsico.it/news/differenza-tra-psicologo-psichiatra-e-psicoterapeuta/